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sabato 25 ottobre 2014

Mario Luzi: uno sguardo «caritatevole e lucente»


«Bisogna prendere atto che quando è uno sguardo caritatevole e lucente a leggere in profondo lo stato delle cose e a commentarlo, allora si produce un incremento del nostro conoscere». Così si esprimeva Mario Luzi in una conferenza lucchese del 12 dicembre 2004 a proposito della nostra tradizione letteraria, considerata su di un arco che da Dante e Petrarca giunge fino ai primi decenni del Novecento, all’epoca della sua precoce vocazione poetica. «Quando cominciai a scrivere negli anni Trenta pativo la mancanza di tale carità e il giudizio duro e negativo sul mondo da parte dei poeti più importanti del tempo, come Montale e Ungaretti [...]. In entrambi non c’era spazio per l’esperienza e per la vita nel suo farsi, sia che pensiamo al “no” di Montale, deciso e replicato, a non viaggiare o vivere nel mondo, né mi rassegnavo a definizioni o schemi mentali». Parole dure e sincere, tanto più significative se a ripeterle è l’anziano poeta che si ricorda degli anni giovanili. E non importa molto che il giudizio negativo sull’esperienza montaliana fosse ancora viziato dall’asettica fortuna degli Ossi di seppia (1925) e sarebbe stato presto smentito da Le occasioni (1939) e soprattutto da La bufera e altro (1956); pesa di più, a conti fatti, che il Luzi ventenne non avesse potuto trovare maestri a lui vicini nei poeti più rappresentativi del suo tempo. “Né con Montale né con Ungaretti” significava – ci sia concessa una brutale semplificazione – dover cercare una terza via, una strada che potesse tener vivo quello sguardo «caritatevole e lucente» alla cui ricerca il giovane fiorentino si era messo anche (si noti) per un «incremento» di conoscenza, al convergere cioè di un duplice sentimento di intelletto e di amore.
La «chimera» del conterraneo Dino Campana, la figura misteriosa e schiva celebrata nei suoi Canti orfici (1913), potrebbe allora aver additato a Luzi una via alternativa, un luogo di parole potenti e di desideri non censurati, sorretto da un lessico alto entro ammalianti strutture sintattiche: «Non so se tra rocce il tuo pallido / viso m’apparve, o sorriso / di lontananze ignote / fosti, la china eburnea / fronte fulgente o giovine / suora de la Gioconda». Non sono lontani i versi di Alla Vita, pubblicati nella prima raccolta luziana (La barca, 1935), dove persino la reiterazione ravvicinata del suffisso /–enti/ devo molto alla poesia di Campana: «Amici dalla barca si vede il mondo / e in lui una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti; / la Madonna dagli occhi trasparenti / scende adagio incontro ai morenti».
Una «figura non ancora conosciuta» ritorna con costanza nella produzione luziana degli anni successivi, sia in Quaderno gotico («ah già di tanto a lungo sospirata / dietro quel velo d’anni e di stagioni / che un dio forse s’accinge a lacerare»), sia in Primizie del deserto, del 1952, dove si esplicita proprio in forma di sfuggente «chimera»: «S’avvia tra i muri, è preda della luce... / forse eri tu, ora è un’apparizione / [...] / È una vaga figura, non ha requie... / è nostra, la credevo una chimera / se alcuna ne appariva per miracolo / sotto aride pendici inconsolata». Intimamente cristiana sin dai suoi albori, la poesia di Luzi ha attraversato tutto il Novecento divisa tra il fermo convincimento della bontà del creato e il tormento di non poterla esprimere con parole adeguate. Il suo essere “nel” mondo si è sovente esplicitato – lo ha notato Giorgio Orelli in una delle sue pagine critiche meno segnate dal tecnicismo – nell’uso quasi ossessivo della congiunzione «mentre»: specchio linguistico del suo porsi dentro il mondo e dentro il tempo, in una prospettiva di immanenza e di feconde aperture metafisiche prossima a quella da cui scaturivano i versi di Clemente Rebora – altro nome (se un altro va fatto) degli archetipi luziani primonovecenteschi.
Il riproporsi di questo sguardo «caritatevole e lucente» sulla realtà delle cose è facilmente verificabile anche nell’ultima e assai prolifica stagione della sua poesia, ora disponibile in un unico volume, Poesie ultime e ritrovate, curato da Stefano Verdino per l’editore Garzanti. La povertà del prodotto tipografico e le scelte infelici di carta e copertina (anche su queste si misura lo stato di crisi culturale della nostra epoca) sono ampiamente risarcite dal contenuto: 800 pagine che riprendono le tre raccolte della maturità, scritte tra gli 85 e i 90 anni – Sotto specie umana (1999), Dottrina dell’estremo principiante (2004) e Lasciami, non trattenermi (2009) –, oltre ad un corposo mannello di poesie rare, inedite o ritrovate. A quest’ultimo gruppo appartiene il testo che qui si ripropone nella sua interezza, steso da Luzi su un’agenda del “Banco di Sicilia” nel 2003 e apparso postumo in una plaquette commemorativa a tiratura limitata voluta da Adonis e dall’editore Tallone a cinque anni dalla scomparsa del poeta (28 febbraio 2010). Ritorna, ancora una volta, il dialogo diretto con il mondo, frammentato e balbettante non per l’assenza di risposte alle domande di chi scrive, bensì per la sua inadeguatezza all’ascolto («mondo, mi hai parlato / e non ti ho udito»). Riecheggiano, oltre al dettato di un amico-lontano come Andrea Zanzotto («Mondo, sii, e buono; / esisti buonamente»), i versi più alti di Dottrina dell’estremo principiante, là dove Luzi chiedeva al mondo «sii lieve, abbi indulgenza / nella tua bellezza, / abbila ancora nella tua ferocia / per il mio nullo valore».

mercoledì 30 luglio 2014

L'ultimo Orelli sotto il nome di Robert Walser


Giorgio Orelli aveva un bel dirci, con la dolce insistenza dei repetita iuvant, che letteratura deriva da «lettera» e che perciò l’attenzione verbale (l’auscultazione, l’accertamento) è un passaggio imprescindibile di ogni buona critica letteraria. Verità è che, nonostante l’amicizia e la fiducia che sempre si dà ad un grande maestro, gli abbiamo creduto in pochi, e nessuno probabilmente con l’energia e la dedizione che si sarebbe aspettato da noi, frenati da obiezioni personali oltre che tipiche del nostro tempo, lontano dai primi entusiasmi critici per forma e struttura. Parlo per me: il principale ostacolo ad una discesa così generosa nel tecnicismo, dentro le lettere stesse di cui si compone la migliore poesia (fino a riconoscere un valore non solo estetico ma semantico agli anagrammi, ai palindromi, alle geometrie più estreme di suono e senso), è il sospetto che il formalismo sia refrattario alla vita, che una lettura ravvicinata delle lettere – pur corretta, pur brillante – sconfini giocoforza in un’arida analisi di laboratorio.
Che bello ritrovarci oggi smentiti, proprio in questa obiezione, da un volumetto postumo curato da Yari Bernasconi e pubblicato dalle Edizioni Casagrande. Al centro, ça va sans dire, ancora le lettere: tutte (o quasi), dalla A alla Z, come si conviene ad un vero abbecedario, con la vita che si insinua tra le pagine in forza di una formula rigida ed elastica al tempo stesso, dove Orelli può dilungarsi in gustosi ricordi personali senza rinunciare agli accertamenti verbali cui sempre inclinava il suo prodigioso orecchio. Molti, specie i più anziani, vi troveranno aneddoti che gli abbiamo sentito narrare a voce più e più volte, sempre uguali eppure sempre diversi, finalmente cristallizzati in pochi paragrafi di pregevole fattura. Non mancano i suoi maestri (diretti ed indiretti, da Contini ad Anceschi a Roman Jakobson) e nemmeno gli autori a lui più cari (Dante, Goethe, Pascoli e l’annosa questione attorno al Fiore).
Chi confronti però la prima versione dell’Abbecedario, apparsa sulla rivista «Viceversa» nel maggio del 2011 per il novantesimo compleanno, non potrà fare a meno di notare uno scarto, direi quasi un balzo in avanti, nelle aggiunte di questa nuova edizione, cui il poeta lavorava nelle ultime settimane di vita e che ne è divenuta quasi un piccolo testamento. All’appello mancava ad esempio, nel 2011, una voce come ARCHITETTURA: «Io la penso come Robert Walser. In una sua pagina sull’architettura dice che va bene quello che fanno certi architetti, anche famosi, trovando forme nuove; ma bisognerebbe anzitutto appagare le esigenze dei più poveri. E costruire delle case per i più poveri, che sono milioni e milioni. Questa è l’idea dell’architettura che mi commuove. La casa giusta, adatta ai poveri, chi gliela costruisce? Anche un grande architetto può farlo. Non dev’essere una catapecchia» (p. 16).
Sotto il nome di Robert Walser, come dire nel segno di un’esigenza forte di umiltà e giustizia (la «casa giusta» rimanda inevitabilmente ad un mondo “giusto”, ad una morte “giusta”, ad una poesia “giusta”), possono ben iscriversi queste nuove pagine di Orelli, che al prosatore svizzero-berlinese dedica l’ultimo capitolo: «Io sono walseriano per la pelle. [...] Il pregio fondamentale di Walser è la creazione con niente di un mondo profondo e intimo. [...] Ottenere molto con poco è uno dei grandi desideri dell’artista: del pittore, del poeta... E Walser ne è maestro». Con la disponibilità propria della vecchiaia, Orelli si china in altre pagine sulla sua infanzia, sugli anni al Collegio Papio di Ascona e sull’antica passione per la chitarra e per il canto. Attendiamo dunque con ansia di conoscere le poesie dell’Orlo della vita, nelle quali ritornano, all’altro estremo della parabola, gli stessi temi e le medesime intonazioni. Il quadro, a quel punto, sarà completo.

mercoledì 4 giugno 2014

Mario Luzi a Mendrisio


Nel centenario della nascita, e a nove anni dalla sua scomparsa, Mario Luzi non ci ha mai veramente abbandonati. «Lasciami, non trattenermi» è il grido, sussurrato alla vita, con il quale si era chiusa – con il libro omonimo – la sua carriera di poeta, ma quel grido non poteva essere accolto dagli amici che, come Paolo Andrea Mettel e Stefano Verdino, da allora non hanno mai smesso di divulgare, soprattutto presso i giovani, la voce dello scrittore fiorentino, tra i massimi del Novecento europeo. Il punto, se così si può dire, lo aveva fatto egli stesso nel 2005 preparando un Autoritratto per Garzanti con una selezione dei versi a lui più cari; eppure con simili giganti non si è mai finito di imparare, leggere, confrontare: lo si è visto a marzo al convegno per il centenario presso l’Università Cattolica di Milano, primo atto di un ciclo di festeggiamenti che per qualche settimana farà tappa a Mendrisio.
Presentata al pubblico il 27 maggio, curata dagli stessi Mettel e Verdino con l’aiuto di Giovanni Fontana, Simone Soldini e Giovanna Uzzani, la mostra Mario Luzi. Le campagne, le parole, la luce ben si inserisce nelle recenti esposizioni di Casa Croci dedicate a poeti del XX secolo (Orelli nel 2011 e Jaccottet nel 2013). Nelle piccole celle della casa-alveare si potranno vedere così, fino al 24 agosto, abbozzi luziani scritti con grafia minuta, traduzioni inedite e plaquettes di pregio, all’interno di un percorso costruito con sobrietà e prudenza, filologicamente ineccepibile. Tra le chicche, una macchina per scrivere Olivetti acquistata da Leone Traverso negli anni trenta e utilizzata da Luzi fino alla morte, o gli appunti di un saggio su Bilenchi aperto da uno Snoopy a mo’ di capolettera. Umiltà, capacità di ascolto e (delicato) tormento interiore sono le caretteristiche prime del poeta, così come traspaiono dalla mostra di Mendrisio. Prossima tappa, nel vicino Museo d’arte a partire dal 16 luglio, Mario Luzi. Memorie di terra toscana, dedicata agli amici artisti.

lunedì 11 novembre 2013

In morte di un "giovane" poeta


Il più grande insegnamento che io abbia avuto da Giorgio Orelli è il significato del termine "gioventù". Mi capitava di telefonargli per metterlo a parte dei miei progetti in ambito letterario, timoroso di subissare di troppe informazioni una persona già in là con gli anni, solo per vedermi smentito ogni volta tanto era l'entusiasmo all'altro capo del filo. Con baldanza gli raccontavo dei tre libri la cui stesura occupava le mie giornate, e lui mi ribatteva sorridente: "Eh, caro, io ne sto scrivendo sei; non si finisce mai! Dante è un lavoro immenso, a tempo pieno...". Vedevo in me stesso e nei miei coetanei metà della sua energia e del suo rigore.
Per me lui è stato dapprima un nome, pronunciato da genitori che furono suoi allievi alla scuola di commercio, o da un nonno che era stato soldato del "Caporale Orelli" durante gli anni di guerra. Da bellinzonese, poi, non potevo non imbattermi, come moltissimi altri, nel poeta-in-bicicletta, davanti alla Migros o sulla salita di Ravecchia. Soltanto in tempi recenti Giorgio Orelli era diventato per me un referente insostituibile, grazie alla comune passione per Gianfranco Contini.
Il ricordo cui non posso ripensare senza commozione è però di tutt'altro genere. Si avvicinava il mio matrimonio e una mattina trovai nella buca delle lettere due cartoncini d'auguri, spediti da "G. Orelli". Il primo era di Giovanni, e iniziava così: "Caro Montorfani, per una volta non parliamo di letteratura..." (e invece sì, perché parlava di Ulisse e di Omero, con lunghe e dotte citazioni a carattere nuziale). L'altro biglietto, firmato "Giorgio e Mimma", era assai più stringato e si limitava a questi pochi versi: "Figure parallele, ombre concordi, / aste di un sol quadrante". Bisognava conoscere Montale, le sue Personae separatae, per cogliere la velata allusione all'ambito matrimoniale, ad una vita passata assieme, con profonda complicità. Una vita che lui aveva sperimentata a lungo e che augurava a me, in occasione del giorno più importante.

lunedì 19 settembre 2011

Giorgio Orelli, le carte di una vita (esposizione)

«È un privilegio che in genere viene concesso soltanto ai morti». Così scherzava con noi Giorgio Orelli a Mendrisio, poco dopo la presentazione della mostra che lo vede protagonista nei locali asimmetrici di Casa Croci. «Qualcuno deve aver pensato che, in fondo, è un po’ come se fossi già di là…». Tutt’altra impressione si ha invece nel sentirlo parlare, contornato di amici, parenti, poeti ventenni e vecchi professori, mentre racconta degli anni giovanili in Leventina o della distanza «di un’ora e mezza tra Prato e il Tremorgio» percorsa in un lampo dai cani da caccia all’inseguimento delle lepri.


Degna conclusione dei festeggiamenti per i novant’anni iniziati in maggio a Bellinzona (ma il 29 settembre si annuncia già una tavola rotonda sul tema), l’esposizione curata da Pietro De Marchi e Simone Soldini ha il merito di portare Orelli in un altro angolo del Ticino, lontano dalla sua città e dalle sue montagne, per una celebrazione corale che è dell’intera Svizzera italiana. «Mia donna venne a me…» ha ricordato Orelli, omaggiando con i versi danteschi di Cacciaguida (Paradiso XV) le origini momò dell’amata Mimma, prima di concedersi nella lettura e commento di alcuni testi celebri – da Sera a Bedretto a L’ora esatta – con grande gioia del pubblico, al solito numerosissimo. Forse per nessuno come per il poeta di Airolo si può infatti parlare di patrimonio culturale comune, uno scrittore internazionale di casa nostra che mai prima d’ora aveva aperto con tanta generosità il suo archivio personale (del quale è notoriamente geloso): manoscritti, abbozzi, rari volumi esauriti da tempo, corrispondenze con amici poeti… Non manca nulla per soddisfare la curiosità degli appassionati e dei lettori che lo seguono fedelmente da decenni, con tanto di macchina da scrivere Olivetti modello Lettera 22 dalla quale esce, quasi fosse appena composta, la poesia dedicata al compianto amico che gliel’aveva venduta (la “X”, per la cronaca, è veramente bianchissima, “E” e “O” quasi sparite…).


In memoria


Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

(da Il collo dell’anitra, 2001)