Le imperscrutabili leggi del mercato editoriale, unite forse a notevoli difficoltà di traduzione, hanno fatto sì che uno dei più importanti romanzi di Cormac McCarthy, Suttree, vedesse la luce in Italia (Einaudi 2009) solamente vent’anni dopo la sua pubblicazione americana. A questo punto era quasi inevitabile, viste le dimensioni assunte in tempi recenti dal fenomeno McCarthy, sospinto anche dall’industria cinematografica (No country for old men, The road). I meriti, comunque, sono tutti dello scrittore, tra i massimi del nostro tempo e forse di ogni tempo, come testimonia anche l’ultimo testo (The stonemason. A play in five acts, 1994) non ancora tradotto in italiano. Lo scalpellino del titolo è Ben Telfair, un uomo di colore che, fra un dialogo e l’altro, fa di tutto per tenere compatta la propria famiglia – il nonno Papaw, il padre Big Ben e il nipote “Soldier” – nonostante l’evidente frantumazione dovuta a motivi sociali e generazionali. La saggezza di Papaw, colui che crede nella sacralità del lavoro quotidiano, è l’unico appiglio offerto a Ben nella sua ricerca di un vero interlocutore cui porre le grandi domande sulla vita. Cormac McCarthy è, come sempre, essenzialmente religioso, e le sue parole cadono sulla pagina con la consistenza di pietre, mai gratuite, mai vuote. Non siamo lontani dall’ultimo suo testo in ordine di tempo, Sunset limited, con il quale The stonemason condivide non solo la scelta del genere teatrale, ma soprattutto il piglio deciso nell’affrontare temi cruciali come la libertà individuale e il senso del destino. Un simile testo si vorrebbe vedere anche nei nostri teatri, non fosse che la grande quantità di didascalie e di descrizioni di scena, a tratti maggioritarie rispetto ai dialoghi, ne renderebbero monca qualunque realizzazione. McCarthy è un narratore, non un autore di teatro, e come tale ha l’ansia di dire tutto, di “far vedere” ogni cosa, lasciando poco spazio ad un eventuale regista. Poco male, ci resta il piacere della lettura.
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venerdì 25 febbraio 2011
mercoledì 26 gennaio 2011
Dalla parte dell'editor (Carver, Einaudi, minimum fax)
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| Raymond Carver (1938-1988) |
L’elezione di Raymond Carver ad autore-faro di Einaudi ha avuto come effetto la riapertura dell’affaire “Gordon Lish”. La storia è nota: editor stimatissimo e amico sincero dell’autore, Lish operò correzioni in misura massiccia prima che Carver diventasse uno dei più grandi scrittori di racconti del Novecento, appena una spanna dietro Hemingway e Flannery O’Connor.
Provate ad immaginare Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (nel senso della raccolta) senza Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (nel senso del titolo: l’originale era Principianti) e avrete un’idea della portata degli interventi di Lish. Provate invece a rileggere un capolavoro come Una cosa piccola ma buona (nel senso del racconto di 34 pagine) prima che intervenisse lo scempio de Il bagno (la nuova versione, ridotta del 78 % e decurtata di un commovente finale) e saranno palesi tutte le responsabilità di un troppo severo censore. Ma quand’anche gli interventi di Lish dovessero rivelarsi più “sbagliati” che “giusti”, non sarebbe corretto puntare il dito contro una categoria che ha fatto la fortuna di molti scrittori. Mettendoli per la prima volta di fronte a loro stessi, presentandosi con il dattiloscritto segnato di penna rossa pronti a discutere ogni minima parola prima di dare il via alle rotative. Gli editors sono i più importanti interlocutori di chi scrive per mestiere, di più, sono un antidoto al narcisismo, gli autentici garanti dei diritti dei lettori, il primo decisivo passo verso l’esportazione della democrazia nella turris eburnea degli scrittori di grido.
Gordon Lish era un grande editor che in alcuni casi prese, lo si ammetterà senza problemi, qualche evidente cantonata. Ma fece anche del bene all’amico Raymond. Perché il vero Carver, semplicemente, non esiste: veleggia tra l’edizione Einaudi e quella minimum fax e ogni lettore ha il diritto di costruirselo come più gli piace. Prendendo un pezzo qua e uno là, in barba alle edizioni filologicamente corrette e anche piuttosto noiose.
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