giovedì 9 aprile 2015

Erasmo: un testimone dell'identità europea

Erasmo nel notturno d’Europa: tre parole-chiave, tre idee-guida si impongono sulla copertina dell’ultimo libro di Carlo Ossola, riduzione e riassunto di un corso tenuto nel 2012-2013 al Collège de France e già apparso in francese con titolo privo del secondo termine (Érasme et l’Europe, traduction de Nadine Le Lirzin, Paris, Éditions du Félin, 2014). L’identificazione dell’eredità intellettuale del pensatore olandese, campione dell’umanesimo cristiano, con l’identità stessa del Continente si rafforza – questa l’accattivante tesi del libro – proprio quando l’Europa pare aver smarrito la sua strada, nel «notturno» dei totalitarismi novecenteschi, in una stagione di coraggiose riprese erasmiane ad opera di autori perseguitati dal nazismo come Johan Huizinga e Stefan Zweig.
A pochi anni di distanza dagli agili volumi dedicati al Continente interiore (2010) e alla Divina commedia (2012), Ossola continua dunque la sua lettura del passato appoggiandosi alle sapienti spalle di chi ci ha preceduto, delineando una “squadra” di fratelli maggiori – da Eliot a Pound a Mandel’stam, da Zweig a Huizinga – che è qualcosa di più di una storia della ricezione novecentesca dei grandi classici della letteratura europea.
Se dell’autore di Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam (1934), morto suicida nel 1942 all’apice della carriera di romanziere, si evidenzia l’abitudine a misurare «le epoche e le rivoluzioni sulla loro distanza rispetto al pensiero di Erasmo», in Huizinga sono la visione pacifista e la disciplina etica, rafforzate dall’esercizio retorico del paradosso, a sospingerlo dalle parti dell’Elogio della follia. Proprio da Huizinga era partito Ossola per le sue giovanili indagini attorno all’Autunno del Rinascimento (1971, riproposto recentemente da Olschki in edizione aggiornata) e allo storico olandese ritorna oggi a complemento di una ricerca che ben si inserisce nella lunga serie di studi erasmiani transitati dal Collège de France (dal fondatore Guillaume Budé, amico e corrispondente di Erasmo, su su fino ad Augustin Renaudet e Marcel Bataillon nella prima metà del secolo scorso). La prospettiva del saggio, che guarda soprattutto a un pubblico francese, si arricchisce nell’edizione italiana di un capitolo conclusivo dedicato ad «alcune ragioni» della sfortuna editoriale di Erasmo nell’Italia del Novecento, il cui principale responsabile fu lo storico Delio Cantimori, all’epoca consulente di Einaudi.
Suscitano invece qualche difficoltà, perlomeno a chi scrive, le pagine iniziali di questo pamphlet, un veloce ritratto della figura e del pensiero di Erasmo circa i quali si vorrebbero, in alcuni punti, supplementi d’informazione. Non è senza conseguenze, ad esempio, ritenere l’umanista olandese e il suo sodale britannico Thomas More interamente «al di sopra della querelle della Riforma» (p. 11), testimoni e anticipatori del «vero» Rinascimento «che non si lasciò irretire dalle contese religiose» (p. 13), se il primo fu un precoce avversatore di Lutero sulla questione del libero arbitrio, e il secondo accettò di morire per mano di Enrico VIII pur di non ammettere che era priva di fondamento l’autorità papale. Complice l’eco mediatica («Il vero Rinascimento si insegna al Collège de France» titolava con poco garbo, lo scorso 22 febbraio, il domenicale del «Sole 24 Ore»), c’è il rischio che passi per acquisita una sola immagine di uno dei periodi culturalmente più vivaci della nostra storia, segnato certo da aberrazioni (la morte sul rogo di Michele Servèto per ordine di Giovanni Calvino ed equivalenti crimini dell’Inquisizione Romana) ma ricco anche in forza dello scontro acceso – e non nonostante quello – che divise e caratterizzò a lungo la Cristianità europea contribuendo alla nascita di una nuova stagione. Lungo la linea del «Rinascimento critico» proposta da Ossola, da Erasmo e More a Rabelais e Montaigne, non si potrebbe inserire un autore partigiano, fazioso e tormentatissimo – proprio perché figlio del suo tempo – come Torquato Tasso.
Quel che più conta, alla fine, è tornare a riflettere sulle mille e affascinanti sfaccettature dell’identità europea, cosa che questo libro invita a fare con acume e intelligenza e che andrà senz’altro ascritta tra i suoi meriti. Specie in questa nostra epoca per molti versi crepuscolare.

lunedì 15 dicembre 2014

Un erudito veneziano di fine Settecento: Jacopo Morelli


Per ragioni, in fondo, essenzialmente numeriche la Svizzera italiana non può vantare che una manciata di autori nel corso di tutto l’Ancien Régime. Stupisce però che, tra questi, almeno due appartengano, più che alla categoria degli scrittori o dei letterati tout court, a quella degli eruditi, degli umanisti e dei profondi conoscitori della storia del libro e della tradizione manoscritta. Francesco Ciceri nel Cinquecento e Jacopo Morelli due secoli più tardi, con esperienze di vita simili eppure radicalmente diverse (a Lugano e Milano il primo, a Venezia il secondo), sono stati entrambi oggetto di un rinnovato interesse critico in tempi recenti. Del Ciceri (1521-1596) è apparso a stampa lo scorso mese di maggio, per le cure di Sandra Clerc, l’intero epistolario latino e volgare nella benemerita collana di “Testi per la storia della cultura della Svizzera italiana”: una corposa opera in due volumi che apre una finestra sulla cultura letteraria luganese del secondo Rinascimento, al crocevia di corrispondenze tra Basilea, Milano, Roma e Madrid, con interlocutori del calibro di Johannes Oporinus o di Paolo Manuzio. Una pubblicazione, è da credere, della quale si parlerà ancora a lungo, per la messe di materiali che rimette sotto gli occhi degli studiosi e per le piste di ricerca che apre in più direzioni. A Morelli (1745-1819) è dedicato invece un libro più recente, edito dalla Fondazione Culturale della Collina d’Oro e dall’editore Giampiero Casagrande. Per dare a Cesare quel che è di Cesare (in questo caso: a Venezia cioè che è proprio della città lagunare), il legame di Jacopo Morelli con le terre ticinesi si limita all’origine della famiglia paterna, nativa di Casaccia, tra Barbengo, l’attuale comune di Collina d’Oro e l’antica parrocchia di Morcote, dai cui archivi Laura Luraschi Barro ha spremuto le poche informazioni che era possibile spremere sugli antenati dell’erudito veneziano. Alla figura e all’attività di Morelli quale bibliotecario di San Marco, carica tra le più prestigiose nella Venezia di fine Settecento, sono dedicati gli altri tre contributi del volume, firmati da esperti in materia quali sono Alessia Giachery, Susy Marcon e Stefano Trovato, tutti a diverso titolo impiegati nella Biblioteca Nazionale Marciana. Il lettore scoprirà così un uomo, l’abate Morelli, dalla personalità forte e passionale («bibliotecario di carattere» lo definisce con acume Stefano Trovato), capace di arricchire e conservare al meglio un catalogo librario tra i più ricchi d’Italia, in tempi per di più non semplici per la politica della tormentata penisola (l’apice della sua carriera coincide con le campagne napoleoniche e con il successivo ritorno degli austriaci nel Lombardo-Veneto). Un uomo il cui profilo si è identificato in toto con l’istituzione per la quale lavorava (dal 1778 alla morte), al punto che la biblioteca veneziana fu definita la sua «Amorosa». I tre contributi citati forniscono, nell’insieme, una miniera di notizie sulla persona, sui carteggi, sullo stato attuale dell’archivio morelliano e sulla fama che l’abate ebbe presso letterati e studiosi, in vita e nei secoli successivi. Alla fine, se il Morelli (che a quanto è dato di sapere non toccò mai questi lidi) può dirsi “ticinese” soltanto per l’unghia di un piede, è un dato che passa giustamente in secondo piano.

sabato 25 ottobre 2014

Mario Luzi: uno sguardo «caritatevole e lucente»


«Bisogna prendere atto che quando è uno sguardo caritatevole e lucente a leggere in profondo lo stato delle cose e a commentarlo, allora si produce un incremento del nostro conoscere». Così si esprimeva Mario Luzi in una conferenza lucchese del 12 dicembre 2004 a proposito della nostra tradizione letteraria, considerata su di un arco che da Dante e Petrarca giunge fino ai primi decenni del Novecento, all’epoca della sua precoce vocazione poetica. «Quando cominciai a scrivere negli anni Trenta pativo la mancanza di tale carità e il giudizio duro e negativo sul mondo da parte dei poeti più importanti del tempo, come Montale e Ungaretti [...]. In entrambi non c’era spazio per l’esperienza e per la vita nel suo farsi, sia che pensiamo al “no” di Montale, deciso e replicato, a non viaggiare o vivere nel mondo, né mi rassegnavo a definizioni o schemi mentali». Parole dure e sincere, tanto più significative se a ripeterle è l’anziano poeta che si ricorda degli anni giovanili. E non importa molto che il giudizio negativo sull’esperienza montaliana fosse ancora viziato dall’asettica fortuna degli Ossi di seppia (1925) e sarebbe stato presto smentito da Le occasioni (1939) e soprattutto da La bufera e altro (1956); pesa di più, a conti fatti, che il Luzi ventenne non avesse potuto trovare maestri a lui vicini nei poeti più rappresentativi del suo tempo. “Né con Montale né con Ungaretti” significava – ci sia concessa una brutale semplificazione – dover cercare una terza via, una strada che potesse tener vivo quello sguardo «caritatevole e lucente» alla cui ricerca il giovane fiorentino si era messo anche (si noti) per un «incremento» di conoscenza, al convergere cioè di un duplice sentimento di intelletto e di amore.
La «chimera» del conterraneo Dino Campana, la figura misteriosa e schiva celebrata nei suoi Canti orfici (1913), potrebbe allora aver additato a Luzi una via alternativa, un luogo di parole potenti e di desideri non censurati, sorretto da un lessico alto entro ammalianti strutture sintattiche: «Non so se tra rocce il tuo pallido / viso m’apparve, o sorriso / di lontananze ignote / fosti, la china eburnea / fronte fulgente o giovine / suora de la Gioconda». Non sono lontani i versi di Alla Vita, pubblicati nella prima raccolta luziana (La barca, 1935), dove persino la reiterazione ravvicinata del suffisso /–enti/ devo molto alla poesia di Campana: «Amici dalla barca si vede il mondo / e in lui una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti; / la Madonna dagli occhi trasparenti / scende adagio incontro ai morenti».
Una «figura non ancora conosciuta» ritorna con costanza nella produzione luziana degli anni successivi, sia in Quaderno gotico («ah già di tanto a lungo sospirata / dietro quel velo d’anni e di stagioni / che un dio forse s’accinge a lacerare»), sia in Primizie del deserto, del 1952, dove si esplicita proprio in forma di sfuggente «chimera»: «S’avvia tra i muri, è preda della luce... / forse eri tu, ora è un’apparizione / [...] / È una vaga figura, non ha requie... / è nostra, la credevo una chimera / se alcuna ne appariva per miracolo / sotto aride pendici inconsolata». Intimamente cristiana sin dai suoi albori, la poesia di Luzi ha attraversato tutto il Novecento divisa tra il fermo convincimento della bontà del creato e il tormento di non poterla esprimere con parole adeguate. Il suo essere “nel” mondo si è sovente esplicitato – lo ha notato Giorgio Orelli in una delle sue pagine critiche meno segnate dal tecnicismo – nell’uso quasi ossessivo della congiunzione «mentre»: specchio linguistico del suo porsi dentro il mondo e dentro il tempo, in una prospettiva di immanenza e di feconde aperture metafisiche prossima a quella da cui scaturivano i versi di Clemente Rebora – altro nome (se un altro va fatto) degli archetipi luziani primonovecenteschi.
Il riproporsi di questo sguardo «caritatevole e lucente» sulla realtà delle cose è facilmente verificabile anche nell’ultima e assai prolifica stagione della sua poesia, ora disponibile in un unico volume, Poesie ultime e ritrovate, curato da Stefano Verdino per l’editore Garzanti. La povertà del prodotto tipografico e le scelte infelici di carta e copertina (anche su queste si misura lo stato di crisi culturale della nostra epoca) sono ampiamente risarcite dal contenuto: 800 pagine che riprendono le tre raccolte della maturità, scritte tra gli 85 e i 90 anni – Sotto specie umana (1999), Dottrina dell’estremo principiante (2004) e Lasciami, non trattenermi (2009) –, oltre ad un corposo mannello di poesie rare, inedite o ritrovate. A quest’ultimo gruppo appartiene il testo che qui si ripropone nella sua interezza, steso da Luzi su un’agenda del “Banco di Sicilia” nel 2003 e apparso postumo in una plaquette commemorativa a tiratura limitata voluta da Adonis e dall’editore Tallone a cinque anni dalla scomparsa del poeta (28 febbraio 2010). Ritorna, ancora una volta, il dialogo diretto con il mondo, frammentato e balbettante non per l’assenza di risposte alle domande di chi scrive, bensì per la sua inadeguatezza all’ascolto («mondo, mi hai parlato / e non ti ho udito»). Riecheggiano, oltre al dettato di un amico-lontano come Andrea Zanzotto («Mondo, sii, e buono; / esisti buonamente»), i versi più alti di Dottrina dell’estremo principiante, là dove Luzi chiedeva al mondo «sii lieve, abbi indulgenza / nella tua bellezza, / abbila ancora nella tua ferocia / per il mio nullo valore».

mercoledì 10 settembre 2014

Valentino Ronchi - Avevo litigato con uno svizzero (Italic, 2014)


Immerso nei volumi del suo studio bibliografico, a Melzo, in provincia di Milano, Valentino Ronchi sa cosa sia un buon libro: ne conosce la storia, ne apprezza la carta, i risvolti, le copertine, le collane. Da qualche tempo Ronchi è anche scrittore in proprio e con una frequenza rara inanella premi e riconoscimenti assai meritati. L’ultimo in ordine di tempo, il Premio Carducci per la poesia under 40, è arrivato grazie ad Anna e Mélanie (Lampi di stampa, 2012) che del solito libro di poesie – inevitabilmente egocentrico o ideologicamente schierato – ha ben poco, anzi, forse nulla. Quella di Anna e Mélanie, l’una milanese e l’altra della Normandia, coetanee i cui destini si sfiorano per subito riallontanarsi, è una storia che in poesia non si era mai vista. La loro è infatti soltanto una storia, narrata come per caso nella lingua dei versi senza che l’autore mostri di sé nemmeno un’unghia (lo si intravvede qui e là, nei passi più sentiti, sempre con grandissimo pudore). Ronchi gestisce il libro dalla prima all’ultima pagina, muove come un paravento, con abilità, il distacco ironico che tiene un personaggio lontano il giusto dall’animo di chi scrive, esorcizzando così il demone lirico dell’autobiografia, per dare spazio alla vita in tutto il suo splendore. Non tutte le pagine hanno la medesima pregnanza, ma la scrittura è chiara, seria, condivisibile.
Di tutt’altra pasta sembrerebbe un volume più recente, stavolta in prosa (un racconto lungo e quattro brevi), che andrebbe letto anche soltanto per il titolo: Avevo litigato con uno svizzero. Lo svizzero in questione è passato alla storia, anonimo, per essersi azzuffato con Dino Campana in uno dei suoi vagabondaggi verso nord; non è però questa la trama del volume (vedano semmai, i curiosi di vicende campaniane, La notte della cometa di Sebastiano Vassalli), tutt’al più una nota di fondo, un basso continuo di umorismo e confessioni sussurrate che è invece l’ossatura stessa della prosa di Ronchi. Lo stile ricorda, si parva licet, quel gioiello di autobiografia dissimulata che è Patrimonio di Philip Roth, l’unico suo volume veramente biografico e quello che invece lo sembra di meno (in forza di uno stile sorvegliato e di temi cari, imprescindibili, affrontati di petto). Ronchi racconta di sé come se non lo facesse affatto, gioca con il paravento di cui sopra e nelle sue pagine entrano Magenta, Milano, i desideri più o meno corrisposti della sua e nostra generazione, dell’Europa italofona dei primi duemila. Vite di alcuni bambini nati negli anni Settanta spiegate attraverso le loro attuali automobili: veri o falsi che siano, auto e rispettivi proprietari sono veri sulla pagina, veri nella mente di chi legge e di chi scrive, veri per sempre – come accade nei buoni libri scritti con intenzioni buone.

mercoledì 30 luglio 2014

L'ultimo Orelli sotto il nome di Robert Walser


Giorgio Orelli aveva un bel dirci, con la dolce insistenza dei repetita iuvant, che letteratura deriva da «lettera» e che perciò l’attenzione verbale (l’auscultazione, l’accertamento) è un passaggio imprescindibile di ogni buona critica letteraria. Verità è che, nonostante l’amicizia e la fiducia che sempre si dà ad un grande maestro, gli abbiamo creduto in pochi, e nessuno probabilmente con l’energia e la dedizione che si sarebbe aspettato da noi, frenati da obiezioni personali oltre che tipiche del nostro tempo, lontano dai primi entusiasmi critici per forma e struttura. Parlo per me: il principale ostacolo ad una discesa così generosa nel tecnicismo, dentro le lettere stesse di cui si compone la migliore poesia (fino a riconoscere un valore non solo estetico ma semantico agli anagrammi, ai palindromi, alle geometrie più estreme di suono e senso), è il sospetto che il formalismo sia refrattario alla vita, che una lettura ravvicinata delle lettere – pur corretta, pur brillante – sconfini giocoforza in un’arida analisi di laboratorio.
Che bello ritrovarci oggi smentiti, proprio in questa obiezione, da un volumetto postumo curato da Yari Bernasconi e pubblicato dalle Edizioni Casagrande. Al centro, ça va sans dire, ancora le lettere: tutte (o quasi), dalla A alla Z, come si conviene ad un vero abbecedario, con la vita che si insinua tra le pagine in forza di una formula rigida ed elastica al tempo stesso, dove Orelli può dilungarsi in gustosi ricordi personali senza rinunciare agli accertamenti verbali cui sempre inclinava il suo prodigioso orecchio. Molti, specie i più anziani, vi troveranno aneddoti che gli abbiamo sentito narrare a voce più e più volte, sempre uguali eppure sempre diversi, finalmente cristallizzati in pochi paragrafi di pregevole fattura. Non mancano i suoi maestri (diretti ed indiretti, da Contini ad Anceschi a Roman Jakobson) e nemmeno gli autori a lui più cari (Dante, Goethe, Pascoli e l’annosa questione attorno al Fiore).
Chi confronti però la prima versione dell’Abbecedario, apparsa sulla rivista «Viceversa» nel maggio del 2011 per il novantesimo compleanno, non potrà fare a meno di notare uno scarto, direi quasi un balzo in avanti, nelle aggiunte di questa nuova edizione, cui il poeta lavorava nelle ultime settimane di vita e che ne è divenuta quasi un piccolo testamento. All’appello mancava ad esempio, nel 2011, una voce come ARCHITETTURA: «Io la penso come Robert Walser. In una sua pagina sull’architettura dice che va bene quello che fanno certi architetti, anche famosi, trovando forme nuove; ma bisognerebbe anzitutto appagare le esigenze dei più poveri. E costruire delle case per i più poveri, che sono milioni e milioni. Questa è l’idea dell’architettura che mi commuove. La casa giusta, adatta ai poveri, chi gliela costruisce? Anche un grande architetto può farlo. Non dev’essere una catapecchia» (p. 16).
Sotto il nome di Robert Walser, come dire nel segno di un’esigenza forte di umiltà e giustizia (la «casa giusta» rimanda inevitabilmente ad un mondo “giusto”, ad una morte “giusta”, ad una poesia “giusta”), possono ben iscriversi queste nuove pagine di Orelli, che al prosatore svizzero-berlinese dedica l’ultimo capitolo: «Io sono walseriano per la pelle. [...] Il pregio fondamentale di Walser è la creazione con niente di un mondo profondo e intimo. [...] Ottenere molto con poco è uno dei grandi desideri dell’artista: del pittore, del poeta... E Walser ne è maestro». Con la disponibilità propria della vecchiaia, Orelli si china in altre pagine sulla sua infanzia, sugli anni al Collegio Papio di Ascona e sull’antica passione per la chitarra e per il canto. Attendiamo dunque con ansia di conoscere le poesie dell’Orlo della vita, nelle quali ritornano, all’altro estremo della parabola, gli stessi temi e le medesime intonazioni. Il quadro, a quel punto, sarà completo.

lunedì 7 luglio 2014

Il primo "cretino" fu Mozart. Risposta risentita a Paolo Isotta




Da tempo leggo le cronache e i commenti musicali di Paolo Isotta sul «Corriere della Sera», apprezzandone la competenza, lo stile e il coraggio. Capita purtroppo anche ad un grande giornalista, scaldandosi al fuoco della propria fama e delle proprie granitiche convinzioni, di passare clamorosamente il segno. Presentando la nuova stagione lirica, sinfonica e di balletto dell'opera di Roma (sul «Corriere della Sera» del 5 luglio 2014 a pagina 51), in un breve commento nel quale loda giustamente l'eccellente lavoro speso da Riccardo Muti in questi anni, Isotta si concede di dare del "cretino" a chiunque si serve ancora del nome Amadeus in luogo del più ufficiale Gottlieb, con il quale Mozart fu registrato all'anagrafe e chiamato, con Wolfgang, dai suoi contemporanei. Ora, si sarebbe potuto cogliere l'occasione per ricordare che «Ama-deus» è traduzione latina di «Gott-lieb», e che fu lo stesso Mozart a servirsene per primo, con tutta l'autoironia che contraddistingueva la sua persona, in alcuni scambi epistolari. Si sarebbe potuto dire che il mito Amadeus, legato a questa forma del nome, è postumo al compositore, coniato e favorito dai primi biografi. Si sarebbe insomma potuto fare un breve quanto utile discorso culturale. Invece, chissà perché, Isotta ha propeso per l'insulto. Se tanto mi dà tanto, meglio sentirsi cretino con Mozart che colto con Paolo Isotta. Viva Amadeus, viva la buona musica.




mercoledì 4 giugno 2014

Mario Luzi a Mendrisio


Nel centenario della nascita, e a nove anni dalla sua scomparsa, Mario Luzi non ci ha mai veramente abbandonati. «Lasciami, non trattenermi» è il grido, sussurrato alla vita, con il quale si era chiusa – con il libro omonimo – la sua carriera di poeta, ma quel grido non poteva essere accolto dagli amici che, come Paolo Andrea Mettel e Stefano Verdino, da allora non hanno mai smesso di divulgare, soprattutto presso i giovani, la voce dello scrittore fiorentino, tra i massimi del Novecento europeo. Il punto, se così si può dire, lo aveva fatto egli stesso nel 2005 preparando un Autoritratto per Garzanti con una selezione dei versi a lui più cari; eppure con simili giganti non si è mai finito di imparare, leggere, confrontare: lo si è visto a marzo al convegno per il centenario presso l’Università Cattolica di Milano, primo atto di un ciclo di festeggiamenti che per qualche settimana farà tappa a Mendrisio.
Presentata al pubblico il 27 maggio, curata dagli stessi Mettel e Verdino con l’aiuto di Giovanni Fontana, Simone Soldini e Giovanna Uzzani, la mostra Mario Luzi. Le campagne, le parole, la luce ben si inserisce nelle recenti esposizioni di Casa Croci dedicate a poeti del XX secolo (Orelli nel 2011 e Jaccottet nel 2013). Nelle piccole celle della casa-alveare si potranno vedere così, fino al 24 agosto, abbozzi luziani scritti con grafia minuta, traduzioni inedite e plaquettes di pregio, all’interno di un percorso costruito con sobrietà e prudenza, filologicamente ineccepibile. Tra le chicche, una macchina per scrivere Olivetti acquistata da Leone Traverso negli anni trenta e utilizzata da Luzi fino alla morte, o gli appunti di un saggio su Bilenchi aperto da uno Snoopy a mo’ di capolettera. Umiltà, capacità di ascolto e (delicato) tormento interiore sono le caretteristiche prime del poeta, così come traspaiono dalla mostra di Mendrisio. Prossima tappa, nel vicino Museo d’arte a partire dal 16 luglio, Mario Luzi. Memorie di terra toscana, dedicata agli amici artisti.

lunedì 11 novembre 2013

In morte di un "giovane" poeta


Il più grande insegnamento che io abbia avuto da Giorgio Orelli è il significato del termine "gioventù". Mi capitava di telefonargli per metterlo a parte dei miei progetti in ambito letterario, timoroso di subissare di troppe informazioni una persona già in là con gli anni, solo per vedermi smentito ogni volta tanto era l'entusiasmo all'altro capo del filo. Con baldanza gli raccontavo dei tre libri la cui stesura occupava le mie giornate, e lui mi ribatteva sorridente: "Eh, caro, io ne sto scrivendo sei; non si finisce mai! Dante è un lavoro immenso, a tempo pieno...". Vedevo in me stesso e nei miei coetanei metà della sua energia e del suo rigore.
Per me lui è stato dapprima un nome, pronunciato da genitori che furono suoi allievi alla scuola di commercio, o da un nonno che era stato soldato del "Caporale Orelli" durante gli anni di guerra. Da bellinzonese, poi, non potevo non imbattermi, come moltissimi altri, nel poeta-in-bicicletta, davanti alla Migros o sulla salita di Ravecchia. Soltanto in tempi recenti Giorgio Orelli era diventato per me un referente insostituibile, grazie alla comune passione per Gianfranco Contini.
Il ricordo cui non posso ripensare senza commozione è però di tutt'altro genere. Si avvicinava il mio matrimonio e una mattina trovai nella buca delle lettere due cartoncini d'auguri, spediti da "G. Orelli". Il primo era di Giovanni, e iniziava così: "Caro Montorfani, per una volta non parliamo di letteratura..." (e invece sì, perché parlava di Ulisse e di Omero, con lunghe e dotte citazioni a carattere nuziale). L'altro biglietto, firmato "Giorgio e Mimma", era assai più stringato e si limitava a questi pochi versi: "Figure parallele, ombre concordi, / aste di un sol quadrante". Bisognava conoscere Montale, le sue Personae separatae, per cogliere la velata allusione all'ambito matrimoniale, ad una vita passata assieme, con profonda complicità. Una vita che lui aveva sperimentata a lungo e che augurava a me, in occasione del giorno più importante.

lunedì 29 luglio 2013

Vittorio Sereni, il poeta dell'Europa


«A quest’ora / innaffiano i giardini in tutta Europa». Così si apre, con un attacco memorabile, Concerto in giardino. Scritta nel 1935, non è la prima poesia di Sereni, ma per molto tempo fu il testo al quale l’autore affidò l’incarico di accogliere il lettore sulla soglia del suo primo libro. Il tempo fisso, puntiforme, declinato al presente («A quest’ora») è la premessa alla dilatazione dello sguardo, fino ad immaginare uno spazio di dimensioni europee: un continente che ancora non conosce le tragedie della guerra e dove il gesto buono, positivo, dell’innaffiare i giardini si fa simbolo di un destino comune, di una storia condivisa.
Nato cento anni or sono a Luino, Sereni è probabilmente il poeta in cui il nome d’Europa compare con maggiore frequenza, e sempre in passi di grande investimento emotivo. «Europa Europa che mi guardi / scendere inerme e assorto in un mio / esile mito tra le schiere dei bruti, / sono un tuo figlio in fuga» scrive in Italiano in Grecia, poco dopo aver fissato a Belgrado «una tranquilla ora d’Europa». L’abitudine a considerare lo spazio in termini geografici, oltre i confini della provincia in cui è cresciuto, dev’essergli stata suggerita dalla vicinanza con la “frontiera” elvetica di Zenna, un’immagine che è diventata ben presto metafora di un orizzonte più vasto, dolce e drammatico al tempo stesso, a causa delle continue peregrinazioni cui l’hanno costretto gli anni di guerra.
Sereni ha condiviso insomma, con una generazione di ritardo, la sorte di Giuseppe Ungaretti, poeta-milite che per i natali ad Alessandria d’Egitto ha sempre guardato da sud alla realtà europea, mai dimentico dei suoi legami con il Mediterraneo. Altre coste divennero però tristemente celebri nei mesi in cui il poeta di Frontiera si trovava prigioniero nell’Africa del Nord: «Non sa più nulla, è alto sulle ali / il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna. / Per questo qualcuno stanotte / mi toccava la spalla mormorando / di pregar per l’Europa» (Diario d’Algeria).

lunedì 8 luglio 2013

Alessandro Stellino - Ogni animale muore nella tana (Il Maestrale)


La Sardegna di Stellino non è l’isola delle vacanze. Accantonato l’idillio estivo, in lui rimane traccia dell’atavica terra dei pastori, dal Padre padrone di Ledda al Giorno del giudizio di Satta; soprattutto molto cinema, molto far west, molta cultura americana. Ogni animale muore nella tana prende a prestito il titolo da un verso di Robert Frost: «All animals are smothered in their lairs». Non di animali parla però questo libro – aspro, duro, a tratti durissimo – ma di uomini che, per incapacità o degrado, si riducono ad essere tali, anzi peggio, in un mondo dove l’aria si fa sempre più asfittica e gli spazi sempre più chiusi.
Merito di Stellino è l’aver tradotto in una lingua efficace, poetica, scolpita nel marmo, un immaginario che pare nato da una costola di The Road, il capolavoro apocalittico di McCarthy. Pochi i personaggi della sua storia, intenti a sopravvivere in una terra scampata al disastro: un uomo con il suo pickup, una ragazzina zingara, qualche figura minore. In un libro composto di così pochi elementi lo stile diviene il protagonista: la pagina non scivola in fretta nell’assillo di esporre fatti, ma s’impone con calma sotto gli occhi del lettore, assume forma grafica e detta il ritmo della lettura, le mani ben salde sulle briglie del discorso.
Stupisce come l’autore sia riuscito a passare da un romanzo improntato sull’oralità (Incendi) a un libro in cui i silenzi pesano come macigni. Non una parola esce infatti dalle labbra della protagonista e i discorsi diretti degli altri personaggi, privati delle virgolette, si riducono quasi a pensieri, a fiato privo di suoni, frammenti di monologhi interiori.
Alessandro Stellino si candida insomma al ruolo di anti-Dicker, l’autore ginevrino che spopola con La verità sul caso Harry Quebert: costringere il lettore a girare pagina è senz’altro un merito, ancor di più se il propulsore è nella lingua, nello stile, nel passo controllato della sintassi e non in meccanismi polizieschi appresi nelle scuole di scrittura.

lunedì 17 giugno 2013

Tommaso Soldini - Uno per uno (Casagrande)


Uno per uno è un oggetto letterario insolito: a tratti molto buono, a tratti invece non compiuto. Il titolo parrebbe una contrazione egoistica del motto “Uno per tutti, tutti per uno”, del quale si salvino soltanto gli estremi. È questa la chiave d’accesso al libro, nato dalla giustapposizione di più storie narrate in prima persona, come una lunga confessione corale: Glauco, Maura, Davide, Maddalena, Martino, Vittorio, Esra, Simone… A riunire le loro voci un escamotage ben noto alla novellistica medievale, una cornice, espediente che in questo caso non riesce però a traghettare la misura breve del capitolo nella misura lunga del romanzo, portando in luce la sua natura ibrida, irrisolta, di una torta non cotta a puntino.
Memore del crocevia di destini che fu Casablanca, Soldini porta in Marocco, a Essaouira, i protagonisti del suo libro, ciascuno con la sua parte di sconfitte e disillusioni. Sulla costa africana si incrociano così i desideri della donna di origini meridionali tormentata da problemi di peso, dell’architetto senza lavoro ma con troppi soldi, della ragazza affascinata dalle spiritualità orientali e della giovane turca con un passato terribile di prostituzione e violenza.
L’intenzione dell’autore, dichiarata nella quarta di copertina, era «toccare i nervi scoperti di tutta una generazione» – la sua (la nostra), di chi, indipendentemente dalla provenienza, è cresciuto nella prospera Svizzera degli anni 80 e 90. Letto il libro, questo non può evitare di mostrare purtroppo ciò che più lo caratterizza in negativo: un deficit di speranza e un eccesso di stereotipo. Il dubbio insomma è che una carrellata di casi-limite non sia il modo più indicato per descrivere la crisi di una generazione, tanto quanto le notizie estreme che leggiamo ogni giorno sui giornali finiscono per mancare il bersaglio di una realtà insieme più tragica e più bella (attraente nel senso pieno del termine), cosa a cui la letteratura ha sempre guardato con interesse e a cui guarderà sempre.

lunedì 14 maggio 2012

Giovanni Orelli, l'ultimo Gran Premio Schiller



Parto da un dubbio: se la prosa di Giovanni Orelli non sia in fondo oggetto eccentrico rispetto alla tradizione letteraria italiana, almeno quanto lo fu quella di Gadda. E così come è esistita una funzione Gadda, si potrebbe quasi azzardare una funzione Orelli che spieghi gran parte dell’espressionismo letterario svizzero di lingua italiana. Tutto ha inizio con L’anno della valanga (1965), un romanzo che ha pochi eguali in Ticino e pochissimi tra quelli che il Ticino lo abbiano messo veramente a tema (Il fondo del sacco, Il Signore dei poveri morti). Lì incontriamo per la prima volta il personaggio-tipo di Orelli: un giovane brillante e disilluso, acuto fino ai limiti del cinismo, in pacata lotta con la tradizione da cui proviene (ci sarà forse anche qualcosa di autobiografico); e lì lo scrittore di Bedretto inizia a saggiare sulla pagina un modus scribendi che ha molte affinità con l’istituto della bestemmia. Intendo la bestemmia come sistema retorico, come voce di un autore che punti il dito verso Dio e gli dica «Io non sono d’accordo. Io ti sfido». Può darsi che un simile atteggiamento letterario abbia dato fastidio, negli anni, a qualche lettore, eppure la sua efficacia è innegabile, così come è evidente che al fondo, alla radice, il problema suscitato sia dei più seri. Nei libri successivi, da La festa del Ringraziamento (1972) a Da quaresime lontane (2006), cambiano i temi e le ambientazioni ma il “modulo” rodato non subisce che lievi ritocchi. Si assiste semmai al frammentarsi sempre più aspro della sintassi, all’infittirsi di citazioni e rimandi, insomma al venir meno della tensione narrativa in favore del discorso sociologico e culturale. Di qui la fama di scrittore difficile, non per tutti i palati. Se è vero però che il metodo è imposto dall’oggetto, l’unica via è tornare a leggere Orelli con gli strumenti che la sua prosa richiede: il bisturi, il dizionario, l’occhio indagatore e colto di chi abbia molto tempo a disposizione e molte letture alle spalle.

venerdì 6 aprile 2012

Giovanni Pascoli, lode a un poeta epico (6 aprile 1912)



«Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto. Siffatte quisquilie intorno alla vita del poeta si cominciarono a narrare a studiare a indagare, quando il poeta stesso volle richiamare sopra sé l’attenzione e l’ammirazione che è dovuta soltanto alla poesia. E fu male» (Il fanciullino, XX).
Nel giorno del centenario (morì a Bologna il 6 aprile 1912) un invito a rileggere Giovanni Pascoli senza Giovanni Pascoli, o meglio senza il Pascoli che ci hanno raccontato a scuola e che ancora si incontra (psicanalizzato, frammentato, ridotto a un fantoccio) in molta produzione critica contemporanea. Si rilegga Myricae senza pause, tutto d’un fiato, per apprezzarne continuità e variatio, con l’orecchio della mente proteso alla più antica tradizione epica, omerica e virgiliana. Si rileggano i Poemetti e i Canti di Castelvecchio per coglierne la tensione linguistica spregiudicata e audacissima, precorritrice di tanto Novecento in poesia come in prosa.
Soprattutto, però, si rileggano i Poemi conviviali e le Canzoni di Re Enzio, libri apparen-temente più aridi e letterari, eppure così pieni di visione, di fiducia nel potere demiurgico della parola poetica, di enfatico e controllato calore verbale. In questi omaggi al mondo greco-latino e medioevale, filtrati da letture storiche e letterarie, Pascoli mostra il suo vero volto di poeta: un volto epico, narrativo, ambizioso, classico nella compostezza del ritmo e dello stile ma moderno nella libertà di selezione di temi e linguaggi; un volto non molto diverso da quello di Myricae o Castelvecchio, e però più delineato di quello, più fermo nei lineamenti e nell’esposizione della propria volontà e proprio per questo meno travisabile o psicanalizzabile (di qui il sostanziale silenzio su questi libri nelle aule scolastiche).

lunedì 16 gennaio 2012

Gianfranco Contini nel centenario della nascita (4 gennaio 1912)


Di fronte ai nati nel 1912 bisogna chinare il capo in segno di riconoscenza: da Amado a Pollock, da Caproni a Cheever, passando per Ionesco, Morselli, Congdon, Doisneau, Einaudi, Frye... In una tale messe di anniversari è passato in sordina il ricordo di Gianfranco Contini. Nato a Domodossola il 4 gennaio, Contini ha rappresentato per l’Italia un’accelerazione improvvisa e un punto-di-non-ritorno in almeno tre ambiti della ricerca: filologia, critica stilistica e dialettologia. Con precoce maturità seppe mettere a frutto quanto aveva appreso nelle Università di Pavia e Torino, senza dimenticare una proficua parentesi parigina alla scuola di Joseph Bédier. Il suo nome si lega inoltre alla cattedra di filologia romanza dell’Università di Friborgo, dove fu docente dal 1939 al 1952. Dopo vari tentativi, riuscì infine a rientrare in Italia, dove concluse una carriera brillante sempre contraddistinta da generosità e rigore.
Chi cerchi informazioni sulla sua opera troverà facilmente dove documentarsi; meno noti sono invece gli aspetti che esulano dalla sua attività intellettuale. Chi era, in altre parole, l’uomo Gianfranco Contini? Una via, silenziosa e affascinante, sono le fotografie, di cui anticipiamo alcuni campioni inediti quale saggio di un lavoro che potrebbe diventare un libro. Se è vero che Contini amava gli album dedicati agli scrittori – ebbe parole di elogio per il Pessoa della Lancastre – è da credere che non gli dispiacerà troppo questa intrusione nella sua vita personale. Eccolo dunque adolescente oppure, con i celebri baffi, sulla tessera del Comitato di Liberazione Nazionale; o ancora con i figli Riccardo e Roberto a passeggio per le strade di Maiano. L’immagine che ne restituisce la più vera essenza è però la prima, dove seduto sull’erba accanto a uno dei figli guarda lontano con l’ausilio di un cannocchiale: emblema di una vita spesa ad osservare, ad accertare i dati più minuziosi e sensibili, con un gusto per la scoperta e per l’avventura intellettuale.






martedì 20 dicembre 2011

Dizionario imperiale (ristampa anastatica)


Si deve a Carlo Ossola la prima intuizione che ha portato alla ristampa anastatica del Dizionario imperiale, opera quadrilingue (italiano, francese, tedesco, latino) di cui si conserva una rara copia nell’Archivio storico della Città di Lugano. Stampato per la prima volta a Francoforte nel 1700, il volume ebbe tale fortuna da divenire quasi sinonimo di dizionario plurilingue. Se lo si ripropone oggi e proprio a Lugano, è per più ragioni. Innanzitutto, va da sé, conservativo-documentarie; ma non solo. Nel recente dibattito attorno all’importanza dell’italiano nel contesto linguistico svizzero, una ristampa come questa ha il merito di ricordare all’opinione pubblica la dimensione ideale di ogni sforzo culturale seriamente inteso, il potenziale di significato insito in una pubblicazione che non sottostà alle aride leggi del mercato editoriale. Chi acquisterebbe, in tempi di crisi, un volume costoso con la certezza di leggerne, se va bene, un cinque percento? Eppure è esattamente quanto accade con i dizionari, libri la cui vita è per lo più in absentia, fermi su uno scaffale a rappresentare in silenzio il patrimonio linguistico di una cultura e di una nazione (e pronti a fornire risposte soltanto se interrogati da intelligenze curiose). Un dizionario, in altre parole, vale tanto aperto quanto chiuso. Non andrebbe mai dimenticata infatti l’intuizione saussuriana secondo cui una lingua è al contempo attuazione pratica (parole) e sistema linguistico (langue). Soltanto tenendo nella giusta considerazione entrambi questi aspetti è possibile leggere un fenomeno complesso come quello di una lingua di minoranza in una nazione plurilingue come la Svizzera. I numeri diranno forse che l’italiano (in quanto parole) è oramai prossimo ad una lingua regionale, ma la difesa dell’italiano in quanto langue (in tutto il suo potenziale semantico e culturale) necessita di criteri che non siano meramente statistici o matematici, per recuperarne – come in un dizionario – la dimensione ideale.

lunedì 14 novembre 2011

Alessandro Stellino - Incendi (Il Maestrale)

Alessandro Stellino riesce in un’impresa impossibile: rinnovare la lezione di Salinger dando finalmente nuova linfa a un filone tra i più usurati della narrativa contemporanea post Giovane Holden (1951). Lo schema è simile a quello di molti romanzi pubblicati negli ultimi anni: una voce in prima persona, giovanile, caratterizzata linguisticamente, una finta-confessione dai tratti genuini e dall’andamento scorrevole, con un’aria sospesa di mistero e di non-detto. Che cosa rende dunque questo libro diverso da decine di altri?
A prima vista la scelta per una voce femminile (Perla) divisa tra ingenuità e malizia, non troppo infantile e non ancora adulta, per di più sarda, con tutte le implicazioni di lingua e di stile che questo comporta: «Se c’è un insetto che proprio non sopporto quello è la cavalletta. Al primo posto le cavallette, al secondo i buvoni. C’è a chi gli fanno più schifo i buvoni ma a me no. Prima cosa, i buvoni esistono solo d’estate e anche se sono dei babbuzzi un bé brutti non se ne vede uno prima che è tramontato il sole…». Il romanzo di Stellino è tanto più sorprendente se si pensa che da questo incipit fino alla conclusione del racconto di Perla (p. 85), l’arcata discorsiva non fa una piega, fingendo in ogni più piccolo dettaglio la parlata della ragazzina sarda, al punto che l’autore (cosa rarissima) letteralmente scompare dietro il suo personaggio. Di più, al sovrano controllo stilistico contribuisce l’accostamento di una seconda parte (finto-giornalistica) che svela senza dare loro troppa importanza alcuni misteri che nella prima erano stati soltanto adombrati. Ma la verità dei personaggi non è nello svelamento, bensì negli occhi (e nella lingua) di Perla che sono il cuore stesso del romanzo.
Copertina, titolo e sottotitolo, pur se di pregevole fattura, rischiano di trarre in inganno: simili libri si vorrebbero stampati in bianco e nero, con sobrietà, per costringere il lettore ad una auscultazione diligente e silenziosa del testo. Non è un giallo.

lunedì 19 settembre 2011

Giorgio Orelli, le carte di una vita (esposizione)

«È un privilegio che in genere viene concesso soltanto ai morti». Così scherzava con noi Giorgio Orelli a Mendrisio, poco dopo la presentazione della mostra che lo vede protagonista nei locali asimmetrici di Casa Croci. «Qualcuno deve aver pensato che, in fondo, è un po’ come se fossi già di là…». Tutt’altra impressione si ha invece nel sentirlo parlare, contornato di amici, parenti, poeti ventenni e vecchi professori, mentre racconta degli anni giovanili in Leventina o della distanza «di un’ora e mezza tra Prato e il Tremorgio» percorsa in un lampo dai cani da caccia all’inseguimento delle lepri.


Degna conclusione dei festeggiamenti per i novant’anni iniziati in maggio a Bellinzona (ma il 29 settembre si annuncia già una tavola rotonda sul tema), l’esposizione curata da Pietro De Marchi e Simone Soldini ha il merito di portare Orelli in un altro angolo del Ticino, lontano dalla sua città e dalle sue montagne, per una celebrazione corale che è dell’intera Svizzera italiana. «Mia donna venne a me…» ha ricordato Orelli, omaggiando con i versi danteschi di Cacciaguida (Paradiso XV) le origini momò dell’amata Mimma, prima di concedersi nella lettura e commento di alcuni testi celebri – da Sera a Bedretto a L’ora esatta – con grande gioia del pubblico, al solito numerosissimo. Forse per nessuno come per il poeta di Airolo si può infatti parlare di patrimonio culturale comune, uno scrittore internazionale di casa nostra che mai prima d’ora aveva aperto con tanta generosità il suo archivio personale (del quale è notoriamente geloso): manoscritti, abbozzi, rari volumi esauriti da tempo, corrispondenze con amici poeti… Non manca nulla per soddisfare la curiosità degli appassionati e dei lettori che lo seguono fedelmente da decenni, con tanto di macchina da scrivere Olivetti modello Lettera 22 dalla quale esce, quasi fosse appena composta, la poesia dedicata al compianto amico che gliel’aveva venduta (la “X”, per la cronaca, è veramente bianchissima, “E” e “O” quasi sparite…).


In memoria


Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

(da Il collo dell’anitra, 2001)

martedì 31 maggio 2011

Vittorio Sereni - Occasioni di lettura (Aragno Editore)

Vittorio Sereni (1913-1983)
Un testo si definisce anche per l’uso cui è deputato. Si potrebbe partire dal ricevente (il lettore) per derivarne la categoria: dal grado minimo della scrittura diaristica (scrittore e lettore che coincidono) al grado massimo del bestseller, del testo sacro, della scrittura canonizzata e nota a tutti. Come giudicare allora i testi nati esclu-sivamente per uso interno, rivolti a pochissimi lettori e sempre quelli, come i giudizi editoriali? Sono scritti di lavoro, ipotesi, riflessioni personali, un discorso semi-pubblico che si divulga solo in casi molto rari, in genere quando l’autore dei giudizi è anch’egli uno scrittore molto noto. È il caso, sicuramente, di Vittorio Sereni. Del poeta di Luino si conoscevano i giudizi espressi per la Mondadori a partire dal 1958, ma non ancora quelli stesi negli anni precedenti per altre case editrici, su di un arco che va dal 1948 al 1958. Raccolte da Francesca D’Alessandro per i tipi di Nino Aragno Editore, queste “occasioni di lettura” sono una piacevole scoperta, un viaggio in una piccola galassia di minori (soprattutto poeti) tra cui spicca qualche grande nome (Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci, Ezra Pound) accanto ad altri di caratura intermedia (Bartolo Cattafi, Maria Luisa Spaziani, Giovanni Arpino), tutti oggetto di pagine accurate, scritte con stile impeccabile. Per gli amanti delle profezie, il gioco sta nel verificare dove il giudizio di Sereni, comunque attento alle ragioni del mercato editoriale oltre che letterarie in senso stretto, ha saputo precorrere i tempi scovando con competenza una voce sicura (ma non sempre, si vedrà, il suo parere fu decisivo nell’ottica di una pubblicazione del volume, o del suo abbandono). Quel che conta, alla fine, è quanto del recensore traspare da queste schede di lettura, sempre ugualmente serio – perché privo di pregiudizi – nell’avvicinarsi alle voci altrui, sempre pronto a cogliere la novità stilistica o la profondità umana negli scrittori suoi contemporanei.

martedì 26 aprile 2011

Les Murray - "Killing the black dog"


I lettori di lingua italiana conoscono Les Murray, poeta australiano, intellettuale-contadino al di fuori di qualunque schema, essenzialmente per due opere (due capolavori, se la parola non fosse abusata): la raccolta antologica Un arcobaleno perfettamente normale (Adelphi 2004, traduzione di G. Prampolini) e il poema epico Freddy Nettuno (Giano 2002, a cura di M. Morini), sul quale ha scritto cose molto intelligenti Christophe Martella nel IV fascicolo 2008 della rivista “Cenobio”. In seguito è uscito il volume di saggi Lettere dalla Beozia (Giano 2005), che ha avuto il merito di mostrarci Murray in tutta la sua statura di uomo colto e raffinato, acuto, autoironico, in forte contrasto con l’immagine un po’ burbera e trasandata.
Molto resta però ancora da tradurre, ad iniziare da Killing the black dog, una sconvolgente testimonianza della depressione clinica che da anni assilla il poeta. Il “cane nero” che fu anche di Winston Churchill, metafora azzeccata che in Murray ha trovato nuova vita, si aggira per tutte le raccolte marchiando indelebilmente alcune composizioni, qui raccolte a mo’ di antologia di una depressione mai del tutto esorcizzata. Ci vuole coraggio per aprirsi così schiettamente al lettore, per metterglisi davanti con il cuore in mano.
Di fronte ad un simile libro ci si chiede dove passi il confine tra una scrittura terapeutica e una testimonianza che aspiri a farsi universale, tra un egocentrico parlar di sé e il necessario (perché inevitabile) personalismo sotteso ad ogni vera comunicazione artistica, che non può né deve mai essere “neutra”. Resta un’ipotesi, ma leggendo Murray si capisce che soltanto il riferimento alle più alte categorie del pensiero occidentale (il perdono, il senso del destino, il bisogno di felicità) tengono il parlar-di-sé saldamente al di sopra di quel limite. Alla fine Killing the black dog non è nient’altro che questo: una cartina tornasole contro l’egocentrismo, una scuola di umiltà verso una scrittura veramente universale.

venerdì 25 marzo 2011

Matteo Munaretto - "Arde nel verde" (Interlinea)

L’attacco di Matteo Munaretto, con voce non sua ma subito fatta propria, è dei più intelligenti e provocatori: «habes unde subleveris in admirationem» (San Bonaventura). C’è di che restare stupiti di fronte al Creato, questo ci ricorda – con il teologo francescano – il giovane poeta lombardo, qui al suo esordio per Interlinea con prefazione di Fernando Bandini. Uno stupore che eleva, posto che lo sguardo riesca a restare puro e la lingua adatta ai contenuti (alla loro “altezza”). Già, ma che lingua? Munaretto è coraggioso di un coraggio che non pagherà, visti i tempi e non teme di ispirarsi a Dante («nelle sue tenere la mia s’immilla / vite che esaudiscono / l’esistere in lavacro di chiarore») e nel Novecento soprattutto a Rebora, Luzi, Saba, magari a Betocchi. Autori cattolici, autori universali, ma per un giovane poeta una scelta tutt’altro che scontata (un altro a cui bisognerà prestare attenzione, simile per iniziali, è Massimiliano Mandorlo).
Il titolo della raccolta, a prima vista soltanto un ovvio gioco fonosimbolico (aRDe nel veRDe), inizia invece a vibrare non appena si legga la poesia omonima: «Il blu… / e il giallo… / si sono amati. È il loro amore / che arde nel verde?». Munaretto ha un unico tema, ma è tra i pochi che contengano tutto (un tema punto-di-partenza, un tema ogni-cosa-che-esiste), così che la sua poesia, dolce e musicale, molto ben concatenata a se stessa, diviene sovente materia filosofica. E non è un caso se il suo principale interlocutore, senza sbandierarlo troppo, è il Montale del male di vivere e dei dolorosi cataloghi di immagini negative: «il rivo strozzato che gorgoglia, /… l’incartocciarsi della foglia / riarsa,… il cavallo stramazzato» (Ossi di seppia). Così gli risponde, quasi per le rime, il giovane Munaretto: «Non ebbi che la timida / delle cose a me care meraviglia, / la foglia appena nata, un poco d’edera / sui muri e in mezzo all’orto la cicoria. / In questa povertà si è sporta all’anima / antica iridescente la bellezza».